Il binomio empatico nella personalità. La self-compassion come base dell’empatia

Articolo della dott.ssa Laura Rapanà  e del dott. Luca Brenna da Giunti Psychometrics

Le due dimensioni dell’empatia

Nel momento in cui si fa riferimento all’empatia in quanto tratto di una personalità equilibrata, il primo pensiero si rivolge all’intersoggettività. Definita l’empatia come la «capacità di identificare ciò che qualcun altro sta pensando o provando, e di rispondere a quei pensieri e sentimenti con un’emozione corrispondente» (Baron-Cohen, 2011), appare naturale considerare in rapporto ad essa la sfera relazionale. D’altronde, è lì che si esprime la potenzialità empatica: l’altro è il referente che consente a una facoltà simile di esistere.
Tuttavia, il rischio insito in una simile rappresentazione dell’empatia è la sottovalutazione della sua base individuale, ossia di quella sfera di funzionamento intrapsichico che garantisce la convivenza solidale con il prossimo. Per esplorare tale aspetto è necessario fare un passo indietro e considerare le due macro-componenti dell’empatia. Con riferimento alla definizione proposta, queste corrispondono alla capacità cognitiva di capire ciò che l’altro prova o pensa (identificazione) e alla capacità affettiva di esperire un’emozione corrispondente (risposta). La sfera cognitiva comprende difatti capacità più specifiche come la discriminazione tra sé e l’altro, il riconoscimento delle espressioni emotive e l’inferenza degli stati interni a partire dai segnali esterni, mentre la sfera emotiva riunisce facoltà quali la comunicazione di vicinanza, il mantenimento dell’intimità e l’autoregolazione funzionale all’ascolto (Goleman, 1995).
La presenza esclusiva, o fortemente predominante, di una delle due macro-componenti può essere confusa con l’empatia, ma, di fatto, corrisponde ad altri fenomeni. Laddove la componente cognitiva risulti scevra dal vissuto emotivo si può parlare di perspectivetaking o di teoria della mente, dunque della capacità razionale di porsi nella prospettiva altrui; qualora invece la componente emotiva non sia accompagnata da processi cognitivi di analisi e di differenziazione, si è in presenza di forme di contagio emotivo dove la distinzione sé-altro è carente.

E’ nella sfera relazionale che si esprime la potenzialità empatica. La “self-compassion” nel rapporto con sé e con l’altro

Gli aspetti cognitivi ed emotivi dell’empatia sono dunque complessi e ci si può domandare cosa vi sia all’origine. Per quanto concerne l’area cognitiva, occorre disporre anzitutto di una generale capacità di analisi degli stimoli e di astrazione tramite il processo ipotetico-deduttivo. Applicata al campo interpersonale, tale abilità consente di leggere in maniera accurata i segnali sociali e di dedurre, a partire da essi, lo stato interiore dell’interlocutore. Con riferimento alla componente emotiva, occorre riferirsi ai tratti di personalità che ne costituiscono il fondamento. L’empatia, dal punto di vista affettivo, si realizza tramite una corrente comunicativa fluida tra l’altro e sé, in cui uno degli interlocutori si lascia permeare dal vissuto emotivo altrui, pur riconoscendolo come distinto da sé. D’altra parte, la percezione di vicinanza non è possibile in condizioni fusionali, ma solo laddove l’altro risulti separato dalla propria persona. Affinché questo “canale preferenziale” possa aprirsi, è essenziale che si disponga di una certa quota di sicurezza e serenità circa i contenuti con cui si entrerà in contatto durante lo scambio interpersonale. 

Un orientamento d’accettazione e apertura verso di sé si associa a un atteggiamento simile verso il mondo

È a questo livello che si colloca il passaggio dalla dimensione interpersonale a quella intrapersonale, cui si accennava sopra: la visione dell’altro passa inevitabilmente per la visione di sé, poiché il proprio sé è solo uno dei molteplici sé che compongono la realtà sociale. La considerazione di sé è sovente estesa agli altri, così come l’idea che si ha degli altri si riflette sulla visione della propria persona. In quello che può essere definito un gioco di specchi, l’attitudine verso sé e l’atteggiamento verso gli altri s’inviano riflessi reciproci, secondo uno scambio bidirezionale.
Si può allora considerare il fatto che il fondamento della dimensione emotiva dell’empatia non sia altro che un modo peculiare di rapportarsi a sé stessi, noto come “self-compassion” (Neff, Rude, Kirkpatrick, 2007b). Si tratta di un’attitudine di accettazione e accoglienza rivolta a quegli aspetti personali, e della propria vita, che non sono graditi in primo luogo a noi stessi. Si differenzia pertanto dall’autostima (Leary, Tate, Adams et al., 2007; Neff, 2008), la quale coincide con una valutazione globale di sé accompagnata da emozioni positive. In quanto tale, la self-compassion non coincide nemmeno con l’auto-indulgenza, giacché questa può comportare il disconoscimento delle proprie difficoltà in funzione della ricerca di un piacere fine a sé stesso. La self-compassion consta, nello specifico, di tre componenti (Neff, 2011): la self-kindness, la mindfulness e la common humanity, descritte nel relativo box. 

Le componenti della self-compassion

  • Self-kindness: gentilezza e comprensività verso sé stessi nel momento in cui si sperimenta sofferenza o fallimento. 
  • Mindfulness: capacità non giudicante di osservare con consapevolezza equilibrata e apertura mentale le proprie emozioni e i propri pensieri “dolorosi”, senza sopprimerli o esagerarli e senza nemmeno identificarvisi. 
  • Common humanity: riconoscimento che la sofferenza e il fallimento sono parte inevitabile dell’esperienza umana condivisa

Proprio quest’ultima area, la common humanity, ci impone di considerare il fatto che la self-compassion non sia esclusivamente “self”, ma abbia un’accezione profondamente sociale: orientata cioè verso il rapporto con il prossimo, rispetto al quale si percepisce un senso di comunanza (Stevens, Woodruff, 2018). Nel 2007, Neff e colleghi hanno condotto uno studio volto a indagare proprio tale aspetto (Neff, Rude, Kirkpatrick, 2007a). I risultati hanno evidenziato innanzitutto una correlazione significativa tra self-compassion e saggezza riflessiva, ovvero, la capacità di considerare la realtà da più prospettive, sviluppando autoconsapevolezza e insight. La self-compassion è risultata significativamente correlata alla saggezza emotiva, ossia alla capacità di provare emozioni costruttive nei riguardi del prossimo, come la gentilezza e la simpatia. Inoltre, non è emersa alcuna correlazione significativa tra self-compassion e saggezza cognitiva, ossia la capacità di comprendere razionalmente il mondo e le persone. Questi risultati, secondo gli autori, sono in linea con la concezione secondo cui la self-compassion sarebbe implicata nella componente emotiva dell’empatia piuttosto che in quella cognitiva.
La ricerca ha poi evidenziato un’associazione significativa della self-compassion con la curiosità e l’esplorazione, che si esprimono nella ricerca di esperienze nuove e stimolanti. Ciò suggerisce che un orientamento di accettazione e apertura verso di sé si associ a un pari atteggiamento verso il mondo, predisponendo a una curiosità che può tradursi in accoglienza del vissuto del prossimo, anche per quanto riguarda il dolore. Infine, lo studio ha messo in luce la correlazione tra self-compassion e due dimensioni della personalità contemplate dal modello dei Big Five, nella fattispecie l’amicalità e l’estroversione. È stato possibile evidenziare che l’amicalità favorisce un atteggiamento emotivamente equilibrato d’interconnessione e gentilezza, tale da garantire una maggiore capacità di convivenza con gli altri. Per ciò che concerne l’estroversione, si è ipotizzato che persone dotate di self-compassion, essendo contraddistinte da tranquillità personale e senso d’interconnessione, si preoccupino meno dell’impressione data agli altri e quindi abbiano meno paura di esporsi. 

“In te mi specchio”

Il titolo del volume di Rizzolatti e Gnoli (2016), In te mi specchio, riassume la dinamica processuale insita nell’empatia: c’è un Io che si rapporta a un Tu ben definito, o che cerca di definire, in una dinamica che non si esaurisce nell’altro, ma che coinvolge costantemente il soggetto, in uno scambio continuo di rimandi tra interiorità e interlocutore. 
Un individuo con una personalità socievole è in grado di interagire piacevolmente con il prossimo, si trova a proprio agio in contesti sociali, capisce le esigenze altrui in maniera accurata. La dimensione emotiva è centrale, poiché si sposa con le dinamiche cognitive e plasma l’empatia. L’uomo che vive come una monade difficilmente si contraddistingue per la self-compassion. È l’incontro intimo con l’altro a permettere di cogliere assonanze e similitudini con il prossimo, di non sentire come esecrabile la propria condizione e di viverla piuttosto come un’esperienza condivisa da altre persone. 
È qui che si staglia l’immagine della diade, che ha significato duplice, perché tale è la sua natura. Da un lato, si tratta della doppia configurazione della self-compassion, che, di fatto, non è mai solo individuale, giacché contempla un atteggiamento accettante verso l’altro (ben espresso dal sense of humanity); dall’altro, riguarda il legame tra self-compassion ed empatia, intese qui come poli interagenti lungo un continuum, poiché la prima è premessa della seconda, ma quest’ultima, in un continuo gioco di rinvii, si esprime anche potenziando la compassione verso sé stessi. Ecco perché si può dunque parlare propriamente di binomio empatico. 
L’incontro intimo con l’altro consente di vivere la propria condizione come un’esperienza condivisa

Conclusioni

Se la self-compassion e l’empatia assumono un ruolo tanto fondamentale, allora è bene chiedersi come sia possibile valutarle ed, eventualmente, potenziarle al fine di promuovere il benessere personale e sociale. Di fatto, entrambe trovano riscontro nel Modello alternativo del DSM-5 per i disturbi di personalità, che concepisce come elementi di funzionamento della personalità l’area del sé (che comprende Identità e Autodirezionalità) e l’area interpersonale (che include Empatia e Intimità). L’empatia è sovrapponibile all’omologa dimensione Empatia, mentre è possibile rintracciare una corrispondenza tra self-compassion e Identità, giacché quest’ultima si riferisce a esperienza unitaria di sé, autostima, correttezza dell’autovalutazione e capacità di percepire, tollerare e regolare una gamma completa di emozioni. 

La Scala del livello di funzionamento della personalità (Level of PersonalityFunctioning Scale, LPFS), presentata nel Modello alternativo del DSM-5, potrebbe essere quindi utilizzata per registrare gli aspetti di self-compassion ed empatia. Allo stesso modo il questionario Dimensional Personality Assessment (DPA; Barbaranelli, Pacifico, Rapanà et al., 2019), che consente un’accurata misurazione delle medesime dimensioni (Identità e Autodirezionalità, Empatia e Intimità) e che è parimenti basato sul Modello alternativo del DSM-5, potrebbe permettere un’interpretazione dei risultati alla luce della taratura italiana (Rapanà, Barbaranelli, 2019).

Un’attenta valutazione permetterebbe di pianificare interventi accurati consentendo di lavorare sul binomio empatico in tutte le sue componenti: self-compassion, accoglienza dell’altro, empatia. Ma come si possono coltivare questi tratti peculiari della personalità che ne permettono un arricchimento tantosignificativo? La risposta non è probabilmente riassumibile né in termini netti né prettamente operativi, perché non fa riferimento a tecniche o metodiche standardizzate. La chiave è, molto probabilmente, qualcosa che sfugge alla parola scritta e alla concettualizzazione accademica. Il vissuto esperienziale assume un valore fortemente trasformativo e si esprime in forme molteplici: l’esperienza della propria individualità da una prospettiva diversa; l’esperienza dell’altro in contesti inaspettati che ne evidenzino la somiglianza a sé; l’esperienza del rapporto interpersonale da cui emerga un senso di comunanza, condivisione e armonia.

Ancora, l’incontro con aspetti della propria persona inediti e mai approfonditi può ampliare la consapevolezza che anche gli altri celino parti di sé non conosciute, con cui vale la pena di entrare in contatto tramite una vicinanza empatica. Incontrare una diversità che incuriosisca, apra al dubbio e alla riflessione permette un moto di avvicinamento al prossimo, determinato dal desiderio di conoscere l’alterità. Sperimentare la vicinanza costante e stabile di una persona garantisce altresì un senso di sicurezza che amplia le possibilità di un’esplorazione relazionale, di un contatto empatico e della self-compassion. 

Incontrare aspetti inediti della propria persona  permette di stabilire una vicinanza empatica con gli altri


Bibliografia

Barbaranelli C., Pacifico M., Rapanà L., Rosa V., Giannini L., Giusti E. (2019), DPA – DimensionalPersonalityAssessment, Giunti Psychometrics, Firenze. 

Baron-Cohen S. (2012), The science of evil: on empathy and the origin of cruelty, Basic Books, New York (tr. it. La scienza del male. L’empatia e le origini della crudeltà, Raffaello Cortina Editore, Milano 2012). 

Bonino S., Lo Coco A., Tani, F. (1998), Empatia: I processi di condivisione delle emozioni, Giunti, Firenze.

Goleman D. (1995), Emotional intelligence, Bantam Books, New York (tr. it. Intelligenza emotiva. Che cos’è e perché può renderci felici, Rizzoli, Milano 1996). 

Leary M. R., Tate E. B., Adams C. E., Allen A. B., Hancock J. (2007), «Self-compassion and reactions to unpleasant self-relevant events: The implications of treating oneself kindly», Journal of Personality and Social Psychology, 92 (5), 887-904. 

Neff K. D. (2008), «Self-compassion: Moving beyond the pitfalls of the separate self-concept». In H. A. Wayment, J. J. Bauer (eds.), Decade of behavior. Transcending self-interest: Psychological explorations of the quiet ego. American Psychological Association, Washington. 

Neff K. D. (2011), Self-compassion. Stop beating yourself up and leaving insecurity behind, Yellow Kite, London (tr. it. Self-compassion: Il potere di essere gentili con se stessi, Franco Angeli, Milano 2019). 

Neff K. D., Rude S. S., Kirkpatrick K. L. (2007a), «An examination of self-compassion in relation to positive psychological functioning and personality traits», Journal of Research in Personality, 41 (4), 908-916.

Neff K. D., Rude S. S., Kirkpatrick K. L. (2007b), «Self-compassion and adaptive psychological functioning», Journal of Research in Personality, 41 (1), 139-154.

Rapanà L., Barbaranelli C. (2019), «DPA – DimensionalPersonalityAssessment. An integrated approach according DSM-5. Test innovativo della personalità», Phenomena Journal, 1 (1), 74-86. 

Rizzolatti G., Gnoli A. (2016), In te mi specchio. Per una scienza dell’empatia, Rizzoli, Milano. 

Stevens L., Woodruff C.C. (2018) (eds.), The neuroscience of empathy, compassion, and self-compassion, Academic Press, New York


Laura Rapanà Psicologa clinica, psicoterapeuta, supervisore associato ASPIC (Associazione per lo Sviluppo Psicologico dell’Individuo e della Comunità) è presidente dell’Associazione CentroAip (Ascolto per l’Integrazione Psicologica) e socia, ricercatrice dell’AspicArsa (Associazione di Ricerca Scientifica Applicata). Svolge attività privata a Roma. 

Luca Brenna Psicologo clinico e psicoterapeuta in formazione presso il CIPA (Centro Italiano di Psicologia Analitica), conduce attività psicodiagnostica in ambito clinico e psichiatrico, di sostegno psicologico e di tutoring con studenti affetti da DSA. È socio del CentroAip (Ascolto per l’Integrazione Psicologica).